di Laura Di Raimondo, Direttrice Generale Asstel
DALLA FILIERA DELLE TELECOMUNICAZIONI ARRIVA UN MODELLO PER ATTRARRE E VALORIZZARE I TALENTI NEURODIVERGENTI UNA RISPOSTA CONCRETA ALLO SKILL GAP DIGITALE CHE PUÒ CRESCERE CON IL CONTRIBUTO DI TUTTO IL SISTEMA INDUSTRIALE E DELLA RETE CONFINDUSTRIA

C’è un paradosso che attraversa oggi l’intera filiera delle telecomunicazioni e, più in generale, il mondo dell’Ict: da un lato una domanda crescente e urgente di competenze avanzate, dall’altro una disponibilità di talento che resta, troppo spesso, invisibile, inespressa, non intercettata. È un paradosso che non possiamo più permetterci. Parliamo di “cervelli ribelli” non per evocare una retorica dell’eccezionalitá, ma per descrivere una realtà concreta: persone con modalità cognitive diverse, spesso fuori dagli schemi tradizionali di selezione e valutazione, ma dotate di capacità straordinarie. In particolare, molti giovani nello spettro autistico possiedono competenze preziose per settori digitali ad alta intensità tecnologica: attenzione al dettaglio, capacita di riconoscere pattern, perseveranza nell’analisi, interesse per sistemi complessi.
Eppure, questi talenti restano ai margini. Non per mancanza di competenze, ma per l’incapacità dei nostri modelli organizzativi di riconoscerle. La trasformazione digitale che stiamo vivendo (dalle reti di nuova generazionealla cybersecurity, fino all’intelligenza artificiale) richiede competenze sempre più sofisticate. IL settore delle telecomunicazioni è al centro di questa evoluzione. È l’infrastruttura abilitante di tutte le altre filiere. Senza le tic, non c’è innovazione diffusa. Senza competenze nelle tic e nell’innovazione, non c’è futuro digitale. Eppure, proprio nei comparti Ict e cybersecurity registriamo sul mercato una carenza cronica di profili specializzati. Non si tratta solo di numeri insufficienti, ma di un mismatch strutturale tra domanda e offerta. Le imprese cercano competenze che non trovano, mentre competenze disponibili restano escluse. E’ qui che il progetto “Cervelli Ribelli at Work” assume un valore strategico, oltre che sociale. Non è solo un’iniziativa d’inclusione: è una risposta concreta a un problema industriale. Nasce dall’esperienza della Fondazione Cervelli Ribelli, promossa da Gian Luca N ic.oletti, che desidero qui ringraziare perla visione, la determinazione e la capacità di trasformare un’intuizione culturale in un modello operativo concreto. Un ringraziamento altrettanto sentito va alle aziende che hanno creduto in questo percorso e lo stanno rendendo concreto lungo la filiera. A Fastweb +Vodafone, che ha scelto d’ investire in modo strutturale nell’inclusione lavorativa, integrando questi talenti nei propri processi e nei team aziendali, riconoscendone il valore anche in termini di innovazione e qualità del lavoro. A Open Fiber, che con un impegno tangibile ha accompagnato percorsi di inserimento trasformatisi in opportunità occupazionali reali, dimostrando che l’inclusione può essere parte integrante del processi aziendali e della creazione di valore.

A queste esperienze si lega un auspicio più ampio: che l’intero mondo delle telecomunicazioni, e più in generale la grande famiglia di Confindustria, sappiano cogliere fino in fondo la portata di questa sfida. Ingaggiare e trattenere talenti neurodivergenti non è un gesto episodico o una buona pratica isolata, ma una leva strategica per affrontare lo siili gap e accompagnare anche la trasformazione digitale del Paese. Il punto chiave è il cambio di paradigma: passare da un approccio “deficit-based”, che guarda a ciò che manca, a un approccio “strength-based”, che valorizza ciò che c’è. Significa ripensare i processi di selezione, i percorsi formativi, l’organizzazione del lavoro. Significa costruire ambienti in cui le differenze cognitive non siano un ostacolo, ma un valore. Il modello sviluppato dimostra che questo è possibile. Attraverso un protocollo integrato (che combina competenze cliniche e tecniche, formazione sulla neurodiversità, job coaching e supporto continuo) si riesce a trasformare il potenziale in competenza operativa. Non si tratta di adattare le persone al lavoro, ma di adattare il lavoro alle persone, senza rinunciare agli standard di qualità e produttività. I risultati sono concreti. Le prime esperienze parlano di inserimenti lavorativi che comportano un’evoluzione del modello di organizzazione del lavoro, crescita professionale reale e diffusa, competenze immediatamente spendibili sui mercato. C’è molto di più, l’inclusione neurodivergente diventa un catalizzatore di innovazione organizzativa. Le aziende sono spinte a rendere espliciti processi impliciti, a miglorare la documentazione, a standardizzare i flussi di lavoro, a rafforzare la qualità della reportistica.

In altre parole, includere non è solo giusto: funziona. Per questo, il tema dei “cervelli ribelli” riguarda l’intera fliera delle telecomunicazioni. Non è una questione di responsabilità sociale, ma di competitività del sistema Paese. Se vogliamo colmare il gap di competenze, dobbiamo ampliare lo sguardo. Dobbiamo uscire dai canali tradizionali di recruiting e formazione. Dobbiamo costruire ponti tra mondi che oggi non dialogano abbastanza: scuola, università, imprese, terzo settore. Le tic, per loro natura, sono abituate a connettere. Oggi sono chiamate a connettere anche competenze, talenti, opportunità. Questo significa investire in modelli replicabili, definire protocolli condivisi, sviluppare metriche di impatto. Significa anche accompagnare le imprese in un percorso culturale perché l’inclusione non si improvvisa, si costruisce. E richiede consapevolezza, formazione, leadership. Attrarre talenti, oggi, non significa solo competere sulla qualità o sulle condizioni di lavoro. Significa saper riconoscere il talento dove altri non lo vedono. Significa creare ambienti in cui ogni persona possa esprimere il proprio potenziale. Significa, in ultima analisi, allargare la definizione stessa di competenza.
“Cervelli ribelli” è un invito a fare esattamente questo. In un momento storico in cui la trasformazione digitale accelera e le sfide diventano sempre più complesse, non possiamo permetterci di lasciare indietro nessuna forma di intelligenza. La vera innovazione nasce dalla diversità di pensiero, di approccio, di prospettiva. La filiera delle telecomunicazioni ha l’opportunità (e la responsabilità) di guidare questo cambiamento. Non solo come abilitatore tecnologico, ma come laboratorio sociale e organizzativo. Perché il futuro delle reti, dei servizi, dell’innovazione passa dalle persone. Da tutte le persone. Anche, e soprattutto, da quelle che, fino a oggi, non abbiamo saputo vedere.
(Articolo pubblicato nel numero di aprile 2026 de “L’imprenditore” la rivista ufficiale della Piccola Industria di Confindustria, nata per analizzare i fenomeni economici, politici e sociali attraverso l’ottica delle PMI italiane)