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Non è una passeggiata

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Negli ultimi anni, la crescente attenzione verso l’inclusione delle persone con disturbi dello spettro autistico (ASD) nel mondo del lavoro ha generato un grande entusiasmo e una moltiplicazione di iniziative. Tuttavia, l’efficacia di tali percorsi dipende in modo cruciale dalla presenza di competenze professionali specialistiche, capaci non solo di strutturare e accompagnare il processo d’inserimento, ma soprattutto di garantirne la sostenibilità nel medio e lungo periodo. L’inclusione effettiva non termina con la firma di un contratto: richiede un sistema di monitoraggio, un supporto costante e un punto di riferimento stabile per l’azienda, la famiglia e la persona stessa.

Uno dei fronti più sfidanti riguarda la costruzione di sinergie efficaci tra individui nello spettro autistico e aziende ad alta intensità tecnologica, in particolare nei settori della cybersecurity, della gestione di reti e delle tecnologie della comunicazione. Persiste infatti l’idea, ampiamente diffusa, che le persone autistiche dispongano di capacità cognitive straordinarie nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics), il che fa pensare a una “soluzione perfetta”: collocare persone autistiche in ruoli informatici altamente specializzati. Tuttavia, la realtà è ben più complessa. Se questo paradigma fosse realmente sufficiente, non assisteremmo oggi a tassi così elevati di disoccupazione e inattività tra adulti nello spettro.

È indubbio che esista una correlazione statistica tra alcuni tratti autistici e capacità analitiche o logiche di livello superiore, come dimostrano studi di neuropsicologia cognitiva.¹ Tuttavia, le eccezioni più note — spesso rappresentate da figure geniali appartenenti al mondo della matematica o dell’informatica — non possono diventare modelli generalizzabili di inserimento. Quelle persone hanno spesso sviluppato strategie di compensazione e competenze relazionali tali da permettere un adattamento funzionale all’ambiente socio-lavorativo. La maggior parte delle persone con ASD, invece, necessita di un sostegno personalizzato e di una struttura che sappia tradurre il loro potenziale cognitivo in competenza professionale.

In molti casi, giovani con ottime capacità tecniche rimangono confinati in contesti domestici e affettivi protettivi, che — seppure mossi da intenzioni di tutela — finiscono per rinforzare la tendenza all’isolamento e alla dipendenza familiare. Pur possedendo talenti fuori dal comune, restano prigionieri di un ambiente chiuso, dove l’ansia sociale e la mancanza di mediazioni adeguate impediscono la costruzione di un’identità lavorativa. Questo fenomeno è ampiamente descritto nella letteratura clinica come “paradox of competence”: la presenza di elevate abilità specifiche che non riescono a tradursi in autonomia funzionale per mancanza di contesto e orientamento.

Il nostro lavoro mira quindi alla definizione di un protocollo modulare e personalizzabile che possa fungere da ponte tra le peculiarità cognitive e affettive del “cervello neurodivergente” e le esigenze organizzative del mondo neurotipico. L’obiettivo non è omologare, ma costruire un contesto sufficientemente elastico perché la differenza diventi risorsa e non ostacolo. Tale protocollo prevede una fase preparatoria accurata, che coinvolge tre dimensioni operative:

  • formazione dell’ambiente di lavoro, con particolare attenzione alla sensibilizzazione dei colleghi e dei responsabili;
  • monitoraggio delle dinamiche familiari, al fine di ridurre ansie e resistenze rispetto al percorso di autonomia;
  • sostegno continuativo alla persona inserita, con l’impiego di figure cliniche e tutor specializzati capaci di intervenire in caso di criticità relazionali o comportamentali.

Fondamentale sarà anche il ruolo di un centro di competenza o “Help Desk” permanente per tutti gli attori coinvolti nel progetto: azienda, lavoratore, famiglia. Il fulcro di questo sistema deve restare la persona autistica, in quanto portatrice principale di fragilità ma anche di risorse specifiche, che possono emergere appieno solo se sostenute da una regia competente, stabile e consapevole.²


¹ Simon Baron‑Cohen, “Autism: The Empathizing–Systemizing (E–S) Theory”, Annals of the New York Academy of Sciences, 1156, 2009. Si tratta di uno dei principali modelli teorici che collegano lo stile cognitivo sistemizzante, spesso elevato nelle persone nello spettro autistico, alle difficoltà empatiche e socio‑comunicative tipiche del disturbo.

² Per numerosi adulti nello spettro autistico si registrano, a livello internazionale, tassi di disoccupazione e sotto‑occupazione molto superiori alla media della popolazione generale, nonostante un livello di istruzione spesso comparabile o più elevato, come documentato da rapporti e studi recenti sull’occupazione delle persone autistiche.​