Vai al contenuto
Home » Blog » Il 2 aprile maschera e volto dell’autismo

Il 2 aprile maschera e volto dell’autismo


Per questo 2 aprile mi aspetto una calata nei media di autistici prodigiosi, per far spazio a loro si ignorerà come sempre il lato meno fantasmagorico dello spettro.

Rassicura e giova a tutti che l’autistico sia oramai rappresentato come Pinocchio nel sogno di Geppetto, deve essere un burattino sorprendente che balla, tira di scherma e fa salti mortali, importante è che faccia dimenticare l’esistere degli impresentabili, quelli che non parlano, non compiono prodigi, non hanno gente nota a far la gara per esserne testimonial.

Aggiungo che questa giornata potrebbe diventare la sagra dell’autismo identitario; c’è stata negli ultimi tempi una vera e propria corsa alla diagnosi adulta, come attestato di singolarità mentale, che certifichi ad artisti scrittori e influencer l’appartenenza alla stirpe dei geni asociali. Il coming out autistico sembra conferire un ineffabile attestato di diritto allo spleen e alla rivendicazione d’ingegno incompreso. Ci sono passato anch’io: quasi dieci anni fa mi feci certificare una mente non proprio in asse, pubblicai perfino l’intera diagnosi in appendice a un mio libro. Fu l’ardire che mi regalò un periodo di grande leggerezza e sfrontatezza: la patente di matto libera dal porsi limiti in ciò che si dice e si fa. Oggi, però, non lo rifarei: ho capito che quella ostentazione di una linea di sangue che mi legasse indissolubilmente a un figlio autistico “pesante”, non portava alcun vantaggio a lui e ai suoi simili. Peggio ancora, diluiva in un autismo snob e romanzato la tragedia del loro dibattersi in una società che li vorrebbe invisibili.

Per questo mi piacerebbe che si abbassasse quella zuccherosa euforia che alimenta l’esaltazione della compagnia di giro degli autistici “personaggi”, come di quelli social attivisti e content creator, pur rispettando il pieno diritto di mitopoiesi a chiunque abbia la capacità di lecitamente trasformare l’autismo in fatturato, non vorrei che un dramma sociale fosse oscurato a colpi di belle storie.

L’autismo è anche e soprattutto altro, l’autismo è un pozzo nero dove precipitano esseri umani non autosufficienti, con famiglie inghiottite dalle loro menti fuori regola e totalmente dedite alla loro cura.

Di questo lato dell’autismo non si parla più, sembra quasi che esistano solo cloni di Sheldon Cooper, di Good Doctor o di avvocata Woo, personaggi traboccanti di stranezze e stereotipie ma iperdotati e affascinanti. È anche per questo che nel mito dei “talenti speciali” si cerca di far passare che l’inclusione sociale delle persone autistiche sia una passeggiata, come se l’amore potesse risolvere ogni problema. Penso che se si vuole stimolare le imprese ad attingere in un bacino di competenze non utilizzate, perché considerate genericamente “disabili”, occorre creare un protocollo operativo documentato e scalabile. Questo richiede tempo ed è antitetico alla “notiziabilità” costante dei risultati.

L’attivismo delle famiglie è encomiabile, vale però come bene socialmente distribuibile se riesce a creare dei modelli che possano essere replicati, altrimenti è unicamente una maniera per sollevare lo Stato dal doversi occupare responsabilmente dei bisogni dei suoi cittadini più fragili. Ciò che è mediaticamente spendibile fa comodo alle istituzioni, regala l’illusione che il problema sia risolto e l’autismo “non sia più un limite ma un’opportunità”.

Quanto vorrei che questa frase, logorata dall’abuso, animasse concretamente buone prassi che non lasciano persone chiuse in casa, a sbattere la testa sul muro e consumarsi dall’ansia perenne dell’autistico lasciato solo, tra il rimbalzare ossessionante di quello che la sua mente produce e un “fuori” ostile e indecifrabile.

Il 2 aprile di tre anni fa annunciai, proprio in questo giornale, un progetto che aveva l’ambizione di trovare un nesso virtuoso tra le particolari capacità cognitive che alcune persone autistiche posseggono nelle discipline STEM, con la ricerca di personale specializzato in aziende che si occupano di evoluzione digitale, cyber security, programmazione e tele comunicazioni. Quel progetto chiamato “Cervelli ribelli at work” può oggi comunicare i primi risultati, per arrivarci sono stati necessari tre anni di dura e silenziosa attività di formazione, monitoraggio e affiancamento da parte di uno staff competente e appassionato.

Un gruppo di ragazzi che sembravano condannati a restare chiusi nelle loro camerette a bivaccare davanti a un monitor, hanno iniziato a entrare nel mondo del lavoro, accolti da alcune delle più importanti aziende che gestiscono le telecomunicazioni nel nostro Paese. Difficilmente però li vedrete scorrazzare nei salotti dei buoni sentimenti che oggi si tingeranno di blu. (LA STAMPA del 2 aprile 2026)